Ingolositi dalla locandina dell’evento, che prevedeva l’intervento del Vescovo di Nola, di un teologo e del prof. Masullo, nella prospettiva di ascoltare (finalmente) qualcosa di cattolico in un dibattito sull’eutanasia che copriva le aree giuridica, bioetica, medica e teologica, ci siamo recati sulla tomba di S. Felice a Cimitile dove l’evento era programmato. 
Purtroppo le cose sono iniziate male fin da principio. Il buon senso popolare avrebbe detto: “Se la morte dovesse arrivare con la stessa puntualità dei relatori, staremmo sicuramente meglio”. Con un’ora e passa di ritardo risultavano inoltre mancanti all’appello il nostro Vescovo, probabilmente consigliato in tal senso da chi aveva scorso la lista degli invitati, nonchè il prof. Masullo.
Il meglio del Focus è venuto dai giuristi, i quali per lo meno hanno focalizzato la questione e posto delle domande, destinate purtroppo a restare senza risposta. Così abbiamo appreso, ma a dire il vero lo sapevamo già, che disposizioni legislative in merito già esistono, e sono gli artt. 579 (Omicidio del consenziente) e 580 (Istigazione e aiuto al suicidio) del Codice Penale, che l’Europa, sotto qualunque accezione la si intenda, non ha alcun potere di intromettersi in merito nella legislazione dei singoli stati, e che i vari ricorsi ai tribunali sovranazionali non hanno mai visto il riconoscimento di un diritto alla morte. Si vedevano comunque gli occhi dei frequentatori dei nostri fori che brillavano alla prospettiva di brillanti arringhe, e altrettanto laute parcelle, visto che la nuova legge ammette il ricorso ai giudici per decidere della vita o della morte di un paziente.
Si è anche salvato un medico, sollevando la questione della validità di un documento redatto a distanza di anni o decenni e in circostanze sicuramente e profondamente mutate. E ha citato Claudel: “Io sono un rudere d’uomo, non so parlare più, non ci vedo più, non ci sento più, non cammino più. Però, nonostante la paralisi, riesco ancora a fare una cosa che mi dà l’idea di essere uomo: riesco ancora a mettermi in ginocchio”.
Poi è stato il diluvio: neolingua a go go, nuovi diritti, autodeterminazione totale e assoluta, ciascuno padrone della propria vita, casi pietosi (migliaia e migliaia, come per le unioni civili) ostentati a scena aperta, e soprattutto proposta di legge DAT sicuramente un passo avanti rispetto al decreto Calabrò ma solo tappa intermedia verso un’eutanasia assolutamente libera.
E non poteva essere diversamente, visto che sulla pedana c’erano dei veri e propri professionisti dell’eutanasia, con tanto di martiri della causa rispondenti ai cognomi Englaro e Welby, testimoni del martirio e propugnatori dello stesso quali i familiari di quei due malcapitati, financo attori del martirio stesso, quali il dott. Riccio. Ci è toccato addirittura sentire che bisogna abbattere una legge fascista, visto che gli artt. 579 e 580 furono opera del guardasigilli Rocco.
Restava il teologo, certo non un Cuordileone, che si è subito dichiarato alieno da dogmatismi ed ha invocato discernimento, accompagnamento e comprensione, scrivendo quasi una Mortis Laetitia sulla falsariga dell’Amoris Laetitia. Ha affermato che non esiste una posizione del Magistero in merito, dimenticando CCC 2276 – 2279, in tema di quinto comandamento, dove si parla escusivamente di eutanasia. Solo a questo punto siamo riusciti ad ascoltare che la vita potrebbe, dico potrebbe, essere un dono, ma al momento di citare l’Autore del dono il nostro è stato colpito da improvvisa afasia. Alla fine l’unica persona che abbia parlato di verità con l’articolo determinativo è risultata un avvocato.
Eppure sarebbero bastate poche parole, e non ci voleva S. Felice che uscisse dalla tomba per pronunciarle. L’uomo non è padrone della sua vita, il Signore della Vita è colui che gliela ha donata: dunque, Non uccidere. Da qui, una legge di un solo articolo: “La Repubblica Italiana tutela e protegge la vita dal concepimento fino alla morte naturale”.

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