Incuriositi da almeno un paio di recensioni affidabili decisamente entusiaste, abbiamo trascorso la serata di ieri in compagnia dell’ultimo film di Mel Gibson, La battaglia di Hacksaw Ridge (il titolo originale è Hacksaw Ridge, senza la battaglia). Narra la storia di un giovane avventista del settimo giorno, obiettore di coscienza nell’esercito USA, che dopo essersela vista nera durante l’addestramento e aver subito anche una corte marziale, da infermiere guadagna la Medal of Honor, prestigiosissima decorazione al merito, sull’isola di Okinawa durante la seconda guerra mondiale, il tutto senza aver mai imbracciato un fucile. Il film è decisamente riuscito, sobrio e veritiero nel descrivere l’immagine tragedia della guerra. Vengono alla mente le parole di Wellington a Waterloo: “Peggio di una battaglia vinta c’è solo una battaglia persa”. Particolarmente convincenti e credibili sono le figure di contorno: il padre di Desmond, un eroe della prima guerra mondiale, uscito tragicamente segnato da quell’esperienza, in cui ci deve essere tanto di Mel Gibson stesso e di suo padre, che non vorrebbe vedere i figli imbarcarsi in un’altra guerra mondiale, e poi il sergente e il capitano, che parlano poco ma trasmettono tanto con gesti e sguardi.
Visto che nessuno l’ha fatto, cogliamo l’occasione per rievocare un analogo episodio dall’altra parte della barricata, descritto nel libro Missione SS, di Gereon Goldmann, pubblicato in Italia da San Paolo. E’ l’autobiografia di un seminarista cattolico tedesco che, dopo essere finito arruolato nelle SS ed esserne stato espulso in quanto appunto seminarista cattolico, si fa tutta la campagna di Sicilia prima e d’Italia poi da infermiere nell’esercito tedesco. Anch’egli disarmato, e senza gli episodi di nonnismo e la corte marziale toccata al suo omologo a stelle e strisce, variamente encomiato e nominato sottufficiale, e si guadagna infine sulle colline salernitane tra Pontecagnano e Montecorvino la Croce di Ferro, lui seminarista cattolico senza fucile, ministrante straordinario ante litteram, quella stessa Croce di Ferro che nell’omonimo film di Sam Peckinpah un ufficiale prussiano rampollo di nobile famiglia insegue invano per tutta la pellicola. A guerra finita Gereon viene ordinato sacerdote, e curiosamente termina la sua vita da missionario in Giappone.
Ritornando al film di ieri, in cui abbiamo potuto apprezzare con moderata soddisfazione i giapponesi che infliggono una sonora batosta all’esercito più forte del mondo, il “lieto fine” è costituito dalla resa nipponica: dopo aver resistito ottanta e passa giorni in condizioni inenarrabili, senza vedere in aria un solo aereo con il sole rosso e senza ricevere un solo soccorso, sia pur simbolico, dal mare (il tentativo tanto generoso quanto velleitario di inviare i resti della flotta imperiale in zona si esaurirono con l’affondamento della nave ammiraglia e la perdita di quasi tutto l’equipaggio a più di quattrocento chilometri dall’obiettivo), civili e militari scelsero la strada del suicidio rituale. Il generale che nell’ultima scena fa seppiku, senza pronunciare una sola parola, e che nel film non è accreditato, nella realtà aveva un nome e un volto: Generale d’Armata Mitsuru Ushijima.

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