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Malgrado il software del vettore continui ad indicare che il pacco si trova a Tokyo, il dvd di The hidden rebellion è felicemente arrivato a casa, a rallegrare i tempi grami del governo Gentiloni e della programmazione televisiva. A differenza de The war of the Vendee, di Jim Morlino, che era un vero e proprio film che narrava la controrivoluzione vandeana dal martirio di Luigi  XVI fino alla morte di Chatelineau focalizzandosi sui quattro personaggi di Chatelineau stesso, Charette, Bonchamps e La Roquejacquelein, qui il regista Daniel Rabourdin ha scelto la strada del docufilm. La rivolta vandeana viene presentata da alcuni illustri esperti in materia: notissimi al pubblico italiano sono Stephane Courtois, il cui Libro nero del comunismo fa bella mostra di sè nella mia biblioteca, e Reynald Secher, di cui Il genocidio vandeano è collocato in un una mensola adiacente, immediatamente accanto alle Riflessioni sulla rivoluzione francese di Edmund Burke (un cognome che già allora doveva essere una garanzia).
Burke viene ampiamente citato come colui che per primo, da testimone diretto dei fatti, capì che l’essernza della rivoluzione non era l’instaurazione di un nuovo regime politico ma lo stravolgimento di una intera società. A differenza della rivoluzione americana, in cui si trattava di riconoscere una realtà che era già in atto, nella rivoluzione francese i nuovi principi di libertà, fratellanza e uguaglianza dovevano ancora essere ancora definiti, e lo stato si arrogò il diritto di definirli, come avrebbero teorizzato kant, Fichte, Schelling, Hegel e come sarebbe accaduto nei secoli successivi in Russia e Cina, fino ad arrivare alla teoria gender dei giorni nostri.
La radice degli avvenimenti che in una logica concatenazione portarono ai disastri della rivoluzione viene correttamente identificata nella filosofia di Cartesio, che svincolandosi da ogni principio di ordine superiore portò alla legittimazione di ogni tipo di brutalità, genocidio compreso. Lapidaria la definizione di genocidio di Courtois: “Distruggere qualcuno non per quello che ha fatto, ma per quello che è”. E di genocidio si trattò per gli abitanti della Vandea, condannati a dover scomparire dalla storia: inammissibile per la mentalità rivoluzionaria l’atto di generosità di Bonchamps ferito a morte che ordina di liberare i prigionieri bleu, verrà semplicemente cancellato dalle relazioni ufficiali, come avrebbero dovuto essere cancellati tutti i testimoni. Le cose andarono diversamente, e l’episodio venne narrato in memoriali, dipinti, nel marmo della tomba del generale e nelle vetrate delle Chiese di Rocheserviere e Courlay.
E’ curioso come nella storia si sia sempre pronti a riconoscere i genocidi degli altri, ma nessuno è disposto ad ammettere i propri o quelli di pur lontani antenati: così le varie repubbliche francesi hanno sempre negato che in Vandea ci fu un genocidio, come gli inglesi hanno sempre negato ogni forma di genocidio in Scozia, Irlanda, Sud Africa, gli statunitensi inorridiscono quando si parla di genocidio dei nativi o dei giapponesi, Erdogan o chi per lui dirà che il genocidio armeno fu una normale operazione di polizia, e perfino i politici italiani saranno sempre cauti quando parleranno della guerra civile risorgimentale o, per venire a tempi più recenti, di quegli episodi noti al grande pubblico con i nomi di Omar Mukhtar oppure  Debra Libanos.
Intrecciata alle dissertazioni storiche c’è il film vero e proprio, per il quale Jim Morlino è accreditato come direttore della fotografia, e di cui riportiamo tre fotogrammi emblematici: la famiglia a tavola fa il segno della Croce, una donna consegna al suo uomo lo scapolare del Sacro Cuore, una Messa clandestina nella foresta. Martin e Sophie, rei di aver ospitato un prete refrattario, vengono separati dall’irruzione dei soldati che massacrano il loro figlioletto, e seguono l’uno l’armata cattolica e reale fino a Savenay, l’altra le popolazioni alla macchia perseguitate dalle colonne infernali, con fucilazioni, ghigliottinamenti, annegamenti, incendi, stupri, impalamenti  e quant’altro. Emblematico, e collocato esattamente al centro della narrazione, il massacro di 110 bambini, tutti al di sotto dei sette anni di età, avvenuto il 28 febbraio 1794 nella chiesa di Petit Luc. Il lieto fine, immancabile in un film, dopo la morte di Robespierre viene identificato nel concordato napoleonico, ma qui ci sia permesso di dissentire, e di riportare invece le battute iniziali e finali dei due sposi.
“Sappiamo di avere un tesoro qui, nella nostra casa e nella nostra famiglia. L’abbiamo costruito con le nostre mani, con i nostri cuori. Nessun filosofo o politico può dirci cosa farne”.
“Mi rendo conto che l’unica tragedia nella vita è tradire il nostro dovere e perdere la nostra anima”.
“Il nuovo regime ci chiede di dimenticare il mondo che conoscevamo. Molti lo faranno, ma non noi. Sulle rovine della tempesta le generazioni future lo ricostruiranno”.

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