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C’è poco da ironizzare sul fatto che il 4 dicembre la Chiesa festeggi San Sola (la Sentinelle Vesuviane sono per il proverbio “Scherza con i fanti, e lascia stare i Santi”). Noi siamo convinti che il prossimo 4 dicembre sia per l’Italia, politicamente parlando, la dara più importante da tre anni e mezzo a questa parte.Si tratta di decidere, più o meno democraticamente, che strada imboccare per il futuro. Misurate e pregnanti al solito le parole del Card. Bagnasco all’ultima assemblea della CEI.

Come sempre, quando i cittadini sono chiamati ad esprimersi esercitando la propria sovranità, il nostro invito è di  informarsi personalmente, al fine di avere chiari tutti gli elementi di giudizio circa la posta in gioco e le sue durature conseguenze.

E allora ci siamo informati personalmente prima di scrivere queste note. Indubbiamente valide tante ragioni del sì e tante ragioni del no, indubbiamente da recepire le considerazioni di Napolitano: qui non si tratta di personalismi (le persone sono tutte destinate a passare) ma di concentrarci sul merito. Ebbene, entrando nel merito, questa riforma costituzionale non ci piace, per come è nata e per quello che promette. Rifacendoci ad uno dei nostri maestri di politica, il più volte vicepresidente degli Stati Uniti John Calhoun, qui più che il rischio c’è la certezza che una maggioranza più o meno risicata, che a ben vedere sarà una minoranza,  finirà con il tiranneggiare il resto del paese. Nell’aureo libretto “Disquisizione sul governo” pubblicato in Italia dalla meritoria Liberilibri di Macerata, Calhoun afferma che quando si tratti di prendere delle decisioni strategiche per un paese non basta la maggioranza numerica, ma c’è bisogno di quella che lui chiama la “maggioranza concorrente”, ossia una maggiornaza ampliata che tenga conto di tutte le componenti del corpo sociale. Con questa teoria il nostro riuscì a tenere insieme fino alla sua morte, nel 1850, le varie componenti dell’Unione, dove già si manifestavano le tensioni e le divisioni che sarebbero sfociate nella guerra civile. Messi di fronte all’ultimatum dei nordisti, “o diventate come diciamo noi, che siamo la maggioranza, o vi distruggiamo”, i sudisti, che erano la minoranza, scelsero la secessione, la guerra e l’annientamento totale di una civiltà. La nostra riforma è frutto di una sola parte politica, e la nuova costituzione assicura troppo potere all’esecutivo, con un parlamento svuotato di quel poco che c’è rimasto, grazie anche al combinato disposto della nuova legge elettorale, che lascia ben poco da scegliere agli elettori. Potrebbero bastare anche solo sei milioni di voti, in un paese di sessanta milioni di residenti, per ottenere una maggioranza schiacciante a Montecitorio, nominare un governo e farlo andare avanti a colpi di decreti e di fiducie. Molto diversa in entrambi gli aspetti l’attuale costituzione: nacque con il sostanziale consenso di forze politiche diversissime tra loro (cattolici, comunisti, socialisti, e azionisti) e si basava su una serie di equilibri e contrappesi (un governo imbrigliato da un parlamento bicamerale con una magistratura autonoma, il riconoscimento almeno teorico al diritto di parola per i corpi intermedi), che hanno funzionato egregiamente per i primi vent’anni e hanno comunque bloccato per settant’anni ogni deriva autoritaria.

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