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Concludiamo questa trilogia di articoli sul 12 settembre rendendo il dovuto a un altro protagonista di quei giorni, il comandante della piazza di Vienna, il conte Ernst Rudiger von Starhemberg, che ci piace riconoscere nell’ufficiale armato di pistola del manifesto con cui i simpaticoni di FEL ricordano a modo loro l’assedio, identificando correttamente nell’11 settembre la data del dispiegamento dell’esercito di soccorso.  A lui toccò sostanzialmente il lavoro sporco. In pratica l’imperatore, all’avvicinarsi delle truppe ottomane, era fuggito da Vienna portandosi dietro la corte e il nerbo dell’esercito, con una scelta strategica certamente condivisibile ma difficilmente spiegabile a chi restava sotto assedio. A difendere la città erano rimasti riservisti, teritoriali, l’equivalente dei nostri vigili urbani, guardie forestali e guardia costiera, più i volontari dell’ultima ora, entusiasti certo ma privi di ogni esperienza militare, tutti con la sensazione di essere stati abbandonati e sacrificati. Indubbiamente c’erano le mura, ma i turchi avevano ottimi genieri, in maggioranza rinnegati cristiani ben pagati, e in due mesi, da luglio quando era iniziato l’assedio a settembre, sebbene non si fosse aperta una breccia vera e propria, ci mancava proprio poco. Inoltre Starhemberg e i viennesi potevano scegliere: se si fossero arresi senza combattere, la vita e buona parte dei beni erano assicurati, e poi potevano entrare al servizio del sultano con buone prospettive, in quanto c’erano da organizzare i territori appena conquistati e in questo i collaborazionisti di ogni età si sono sempre rivelati insostituibili. In caso contrario, i pali ingrassati per l’impalamento dei vinti erano in bella vista sotto le mura. Inoltre, non era affatto sicuro che la litigiosa e gelosa alleanza che si era mossa per liberare Vienna avrebbe attaccato: un’alleanza composita, in cui c’erano anche migliaia di protestanti, ma non c’era neppure un francese, da sempre alleato naturale del Turco, che forse si sarebbe accontentata di mostrare bandiera per salvare il salvabile, o magari avrebbe aspettato l’opera del dio della pioggia, che già una volta aveva salvato Vienna ai tempi di Solimano. C’era poi da gestire il rapporto tra militari e civili, indispensabili gli uni che quindi avevano la priorità sulle scarse risorse, spendibili gli altri costretti ad arrangiarsi e non dessero troppo fastidio. Starhemberg scelse di obbedire all’ordine di difesa ad oltranza, contrastò con una guerra di attrito senza tentare grosse sortite i lavori di approccio alle fortificazioni, mantenne la disciplina all’interno, riuscì a contenere, per gli standard del tempo, la situazione sanitaria, provò ad organizzare, sul modello di quello che avevano fatto i veneziani a Candia, la guerra di contromina, e soprattutto mise il destino suo e di tutti i suoi sottoposti nelle mani della Vergine. Fu una scommessa vincente: divenne feldmaresciallo e ministro in questa vita, e guadagnò un posto d’onore accanto a Marco, Giovanni e Innocenzo nell’aldilà.

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