restituta

Confessiamo che fino all’altro giorno la Beata Restituta Kafka, vergine e martire, che la Chiesa commemora il 30 marzo,  ci era assolutamente sconosciuta, ma una veloce occhiata alla sua foto, lo sguardo degli occhi, il taglio delle labbra, ci ha spinti ad approfondire la vicenda terrena di questa rubiconda bellezza ceca. E qui è stato un diluvio di sorprese: nata in una famiglia con sette figli, e già ci sta simpatica. Aspetta la maggiore età per fuggire di casa e farsi suora, e la simpatia aumenta. Alla non certo tenera età di quarantotto anni, vede che qualcuno ha rimosso il crocefisso dalla corsia dell’ospedale in cui esercita il suo ministero. Lo ricolloca al suo posto, poi aspetta tranquillamente di essere arrestata, inquisita e infine condannata a morte. L’ultimo suo desiderio, che un sacerdote le tracci in fronte il segno della Croce. Lascio a chi è interessato scoprire il regime che la condannò (gli occupanti tedeschi, i successivi occupanti russi, la ricostituita repubblica socialista cecoslovacca, cambia davvero poco) e provo invece a immaginare cosa passò nella testa del giudice che pronunciò la sentenza: doveva aver capito al primo sguardo la radicale irriducibilità tra quel modo di essere e il diritto (diritto?) di cui era ministro. Con quel gesto pacifico, riappendere un Crocifisso al muro, una bravata scusabile in un ragazzo, quella donna aveva riaffermato che il suo mondo era un altro, il suo diritto era un altro, che anche lei combatteva la sua guerra senza armi contro il Nemico, non meno sentita e meno cruenta di quelle che gli uomini combattevano tra di loro. In un periodo in cui i Crocefissi rischiano davvero di brutto cominciamo ad affidarci all’intercessione della Beata Restituta.

Annunci