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I quattro big dell’editoria nazionale (i quotidiani di Roma, Milano, Torino e della Confindustria) unitamente alla RAI in questi giorni sono intenti a farci il lavaggio del cervello per convincerci che grazie all’approvazione della legge attualmente in discussione al Senato l’Italia finalmente uscirà dal terzo mondo e sarà ammessa al club dei paesi civili, un club i cui soci a dire il vero si possono contare sulle dita di due mani. Eppure ogni tanto qualche articolo scappa fuori dal coro.Avevamo già segnalato un articolo di Antonio Polito, stavolta ce n’è uno di Ernesto Galli della Loggia.

L’editorialista si é accorto che a forza di indirizzare il pensiero a senso unico, facendo finta che non esista un’altera pars, si ottiene l’effetto contrario: la gente si disaffeziona dalla politica e se ne va al Circo Massimo, e magari la prossima volta che va alle urne se lo ricorda pure.

Essendo incerta l’effettiva percentuale dei favorevoli e contrari tra gli elettori, qualunque dibattito in merito avrebbe dovuto equamente rappresentare, come è ovvio, entrambe le posizioni.

E invece si è andati avanti

con la maggioranza dei cosiddetti conduttori non solo incuranti di tenere la discussione su un binario di reale approfondimento di alcunché, ma usi a intervenire di continuo con sorrisetti derisori, sguardi di compatimento e opportune interiezioni (campioni assoluti del genere Gruber e Formigli) per screditare l’opinione da loro non condivisa. Che nove volte su dieci era in questo caso l’opinione degli oppositori alla legge.

Tutto ciò ha comportato

la iper rappresentazione che su tutti i media così come nell’intrattenimento, nel cinema, in qualunque produzione culturale, ha costantemente l’opinione per così dire laico-progressista, favorevole al cambiamento, a innovare, a cancellare tutto ciò che appare tradizionale, a cominciare — c’è bisogno di dirlo? — della dimensione religiosa. A cui naturalmente corrispondono la svalutazione sussiegosa, quando non il vero e proprio dileggio nei confronti di chi invece è fuori dal mainstream dell’ideologicamente corretto, dalla parte di un pensiero tradizionale, magari convenzionale o ispirato a un antico buon senso.

E ancora

Soprattutto sono colpito dall’amore sempre e comunque per la novità, per il cambiamento, per il punto di vista che si presenta come più «moderno», più «avanzato», più «democratico», più «laico», che in Italia domina incontrastato la discussione pubblica. Anche la più colta, anche quando questa riguarda temi come l’istruzione, la scuola, la vita sessuale, la religione, la morte, i rapporti tra le culture. Ambiti rispetto ai quali, se non mi sbaglio, non è proprio così ovvio che cosa voglia dire «progresso», «democrazia» e quant’altro.

Infine

Gli italiani orientati culturalmente e spiritualmente — molto spesso in modo assai ingenuo, se si vuole — in senso lato conservatore, a favore di assetti tradizionali, legati al passato (ma attenzione! con colori politici per nulla uniformi), sono di sicuro un buon numero. Tuttavia nel dibattito pubblico del loro Paese un punto di vista culturale che li rappresenti è di fatto inesistente.

Che aggiungere ancora?  Varrebbe la pena di chiudere questo blog e abbonarsi al Corriere, se dovesse continuare così. Vuoi vedere che, fiutata l’aria, con la discussione in Senato in fase di stallo, si stanno preparando a saltare sul carro del vincitore?

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